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Biografia

I nostri Santi > Don Carlo Gnocci


























































































































































































































































































































































































































Biografia di don Carlo Gnocchi

L'infanzia:

Carlo Gnocchi, terzogenito di Enrico Gnocchi, marmista, e Clementina Pasta, sarta, nasce a San Colombano al Lambro, presso Lodi, il 25 ottobre 1902. Rimasto orfano del padre all'età di cinque anni, si trasferisce a Milano con la madre e i due fratelli, Mario e Andrea, che di lì a poco moriranno di tubercolosi. Seminarista alla scuola del cardinale Andrea Ferrari, nel 1925 viene ordinato sacerdote dall'Arcivescovo di Milano, Eugenio Tosi. Celebrerà la sua prima Messa il 6 giugno a Montesiro, il paesino della Brianza dove viveva la zia, dove tornava spesso nei periodi di vacanza e dove, fin da piccolo, aveva trascorso lunghi periodi di convalescenza, lui di salute così cagionevole.


  • .......... "Due miei figli li hai già presi, Signore. Il terzo te l'offro io, perché tu lo benedica e lo conservi sempre al tuo servizio". Era una donna forte dalla fede salda, mamma Clementina, vedova Gnocchi. Morto il marito, marmista, e morti giovanissimi i primi due figli, Mario e Andrea, era rimasta sola, nella casa di Montesiro, con il terzogenito, Carlo. "Era una famiglia molto praticante - racconteranno anni dopo vicini e parenti -. Specialmente la madre, che sembrava crescere nella fede a ogni nuova prova o disgrazia che la vita le regalava".Carletto Gnocchi era un bambino vivace e aperto, allegro e un po' birichino, fin da piccolo dotato di una spiritualità sincera. Niente di strano che a un certo punto manifesti la volontà di farsi prete. A Montesiro, il paese della zia, era tornato spesso, nei periodi di vacanza. Qui, fin da piccolo, aveva trascorso i periodi di convalescenza, lui di salute così cagionevole.Qui, soprattutto, aveva stretto amicizia con il coadiutore locale, don Luigi Ghezzi, che stimò e apprezzo fin da quando, ragazzino, gli serviva Messa, devoto e zelante chierichetto. Fu, in parte, lo stesso don Ghezzi a coltivare la chiara vocazione al sacerdozio del giovane Carlo Gnocchi: tra i due nascerà un rapporto fraterno che durerà negli anni futuri.E proprio a Montesiro, nel cuore della Brianza, don Carlo Gnocchi celebrò la sua prima Messa il 6 giugno 1925. In paese, dove da anni non si verificava un evento simile, fu festa grande. Tutti gli abitanti si riunirono attorno a quel giovane prete che aveva occhi tanto ardenti e parole tanto calde da attrarre fino a rimanerne scottati. Tutti - raccontano le cronache del tempo - parteciparono alla festa portando doni e acclamando il novello sacerdote.Scriverà anni dopo don Carlo, a proposito del periodo trascorso a Montesiro: "La vita religiosa del paese, buona sì ma un po' meccanica e tradizionale, si ridestò presto a forme agili, moderne e coscienti. Il decoro del culto divino, il canto sacro, l'istruzione del piccolo clero, l'abbondanza della predicazione e la frequenza ai sacramenti furono i capisaldi della ripresa.Come un fuoco cui venga data l'esca abbondante di una bella e asciutta fascina. La chiesa divenne la grande e amata scuola di tutto il buon popolo, che si appassionava di quelle belle e interessanti novità. Aria nuova e fremente circolava nelle anime. A questo punto, qualcuno forse mi farà una più che legittima, e non voglio credere maliziosa, domanda: terra dunque di missione, Montesiro! i preti che ci stavano a fare fino ad allora? No, il parroco c'era, anzi era un venerando sacerdote di cultura e spiritualità non comune, ma tanto vecchio e cadente che il cardinal Ferrari aveva creduto opportuno mettergli a fianco un vicario giovane e volenteroso, in collaborazione col buon coadiutore che per tanti anni aveva tenuto la posizione religiosa del paese. Ma ogni tempo ha le sue forme e i suoi uomini: vorreste forse rimproverare ai vecchi la loro assenza alle Olimpiadi?".Tratteggiata a colpi di pennello c'è tutta la visione di Chiesa che era propria di don Gnocchi. Che alle Olimpiadi ci andò davvero: le Olimpiadi dello Spirito e della Carità. Uscendone trionfatore.


  • MAMMA CLENTINA: Nel 1939 don Carlo viene colpito da un grande dolore: la morte, a 72 anni, della mamma Clementina che l'aveva seguito ovunque e che lui aveva assistito fino all'ultimo respiro con amore filiale e devozione. Il rapporto di don Carlo con la mamma era particolarmente delicato: sin da fanciullo nutriva per lei un affetto unico e rispettoso. Con bonaria rassegnazione, aveva sempre seguito le sue esortazioni e accettato i suoi consigli perché profondamente obbediente nei suoi confronti.Mamma Clementina, rimasta vedova molto presto con tre figli da mantenere, si era sempre data da fare con mille mestieri per riuscire a portare a casa il necessario per vivere. Morti i due figli maggiori, aveva riversato sul piccolo Carlo tutto il proprio affetto senza però arrivare a soffocarlo con premure eccessive.Tanto era intenso l'affetto tra i due, che mamma Clementina non si addormentava mai prima che Carlo fosse tornato a casa la sera. Sicuramente l'immensa capacità d'amare di don Carlo venne proprio da lei, da mamma Clementina, che dimostrò di saper affrontare con tutta la serenità possibile le dure prove della vita, attingendo la forza per andare avanti alla stessa fonte da cui aveva attinto la fede, la speranza, la carità.


Assistente ed educatore:

Il primo impegno apostolico del giovane don Carlo è quello di assistente d’oratorio: prima a Cernusco sul Naviglio, poi, doposolo un anno, nella popolosa parrocchia di San Pietro in Sala, a Milano. Raccoglie stima, consensi e affetto tra la gente tanto che la fama delle sue doti di ottimo educatore giunge fino in Arcivescovado: nel 1936 il Cardinale Ildefonso Schuster lo nomina direttore spirituale di una delle scuole più prestigiose di Milano: l'Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane. In questo periodo studia intensamente e scrive brevi saggi di pedagogia.

  • .......... chissà come fischiarono le orecchie al cardinale Eugenio Tosi quel giorno d'estate del 1925, quando don Carlo Gnocchi, che era stato ordinato sacerdote il 6 giugno dello stesso anno, fece il suo ingresso da prete novello a Cernusco sul Naviglio, dove rimase un anno come coadiutore.Gli abitanti del paese trovarono infatti subito simpatico il nuovo prete, tanto da sentirsi in dovere di ringraziare con il pensiero chi l'aveva mandato lì. Era con tutti socievole, incantava con il suo sorriso e con la sua cordialità. Si fermava a chiacchierare con la gente, in particolare con i ragazzi perché era "ammalato di ragazzi". Entrava nelle case, anche le più povere, e cercava anche lì di portare una nota di gioia.La "ragazzite" non è una malattia del corpo, è una malattia dell'anima: difficile dire quando don Gnocchi la prese, ma fatto sta che ne era affetto già in Seminario. Di certo, oltre che di questa "malattia" soffriva di altro: fin dal suo primo impegno pastorale è evidente la grande attenzione ai bisognosi, a quelli che patiscono nel corpo e nello spirito, ed è chiarissima la sua volontà di fare il bene e di donare a tutti l'amore di Dio.Cominciò così quella straordinaria attenzione all'aspetto educativo del rapporto con i giovani che divenne una delle travi portanti di tutta la sua vita, tanto che ad esso dedicò il libro forse più prezioso, "Educazione del cuore". Educare sempre, anche nel gioco. Ricorda un testimone: "Ai primi di dicembre venne giù una nevicata memorabile.Don Carlo si mise a trotterellare fra quel biancore, in cortile, e subito dietro i ragazzi, i più sfrontati dei quali cominciarono a prenderlo di mira con palle di neve ben assestate. Era quanto aspettava: si chinò e cominciò a raccogliere manate di neve bianca e fresca. S'accese così una battaglia di tutti contro uno… Alla fine si ridusse a una statua bianca che si muoveva.Venne l'ora della dottrina e ne prese spunto: "Com'è bello giocare con la neve quando è pulita e bianca. Anche Gesù gioca volentieri con le anime dei bimbi quando sono bianche e pulite; ma se diventano sporche a Gesù non piacciono più…".Una costante della sua vita fu quella di non perdere nemmeno un'occasione per farsi amico dei ragazzi, piccolo tra i piccoli. E i ragazzi degli oratori erano veramente i suoi pupilli.


  • A MILANO: Don Carlo venne presto destinato alla parrocchia di San Pietro in Sala, a Milano, dove entrò il 22 giugno 1926 come coadiutore e assistente. E lì fece tutto quello che di solito fanno i giovani preti. Ma quelli erano tempi duri, anche perché il rischio di "distrazioni devastanti per la morale e la religione" era quanto mai concreto: il fascismo stava crescendo e mieteva consensi.Don Gnocchi reagì. Come? Buttandocisi dentro, diventando cappellano dei giovani fascisti, per "vaccinarli". Davanti alla dottrina dominante del fascismo, pensò solo alla continuazione del proprio servizio. Quello che lo interessava era di portare la Parola di Dio ai giovani e senza confondersi con l'indottrinamento ideologico del nuovo regime continuò a predicare il Vangelo.Cappellano militare presso la seconda legione universitaria, si fece molto apprezzare dai commilitoni perché si comportò sempre come uno di loro e proprio questo rafforzava la sua capacità di esempio.Don Carlo era uno che c'era perché voleva esserci: questo è il filo rosso di tutta la sua vita. Lui c'era ovunque pensava di portare qualcosa di buono, ovunque ci fossero bambini, giovani, adulti che avevano bisogno di un prete, per distinguere il bene dal male, e scegliere il primo, in ogni momento e circostanza.


  • DIRETTORE SPIRITUALE: Educare, educare sempre. E tutti, giovani e adulti. Potremmo sintetizzare il suo metodo educativo - nel '36 fu nominato direttore spirituale di una delle scuole più prestigiose di Milano: l'Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane - nei termini di concretezza e spontaneità.Don Carlo attirava la simpatia dei ragazzi e delle loro famiglie con il suo sorriso naturale e spontaneo: gentile, aperto, disposto a capire tutto, paterno senza essere paternalista; ma fermo, esigente, anche insistente, sicuro nei princìpi cristiani e sicuro che non serva imporli quanto proporli: questo tipo di direttore spirituale era don Carlo al "Gonzaga".Uno che non agguantava la "preda", che non la trattava altezzosamente, ma che al contrario si avvicinava con delicatezza, non si stancava mai di spiegare e incoraggiare; uno che confortava, che esaltava i successi e relativizzava le sconfitte di quelli che si rivolgevano a lui.


La guerra:

Sul finire degli anni Trenta, sempre il Cardinale Schuster gli affida l'incarico dell'assistenza spirituale degliuniversitari della Seconda Legione di Milano, comprendente in buona parte studenti dell'Università Cattolica e molti ex allievi del Gonzaga. Nel 1940 l'Italia entra in guerra e molti giovani studenti vengono chiamati al fronte. Don Carlo, coerente alla tensione educativa che lo vuole sempre presente con i suoi giovani anche nel pericolo, si arruola come cappellano volontario nel battaglione "Val Tagliamento" degli alpini, destinazione il fronte greco albanese.

  • .......... Don Carlo partì come cappellano nel marzo del 1941 con la formazione alpina Val Tagliamento della divisione Julia , diretto in Albania, Grecia e Montenegro col battaglione Resegone. Chiese di poter seguire le truppe militari come cappellano militare per portare a far vivere la Parola del Signore quale conforto e speranza nel brutale scenario della guerra.In Albania, Grecia e Montenegro affrontò - malgrado la salute cagionevole - marce e fatiche confessando, predicando coraggiosamente e con zelo: divenne il miglior amico dei soldati, il padre a cui appoggiarsi e riferire le proprie paure. La sua perseveranza, la fede, l'amore che da lui trasparivano generosi e luminosi servirono a far nascere molte conversioni, andando a colpire anche i più ritrosi.Correva ovunque c'era bisogno del suo intervento: prete in guerra, non prete di guerra. Racconta un testimone: "Ricordo come insistette perché potessimo celebrare la Pasqua in prima linea. Al colonnello Pizzi, che non voleva concedere il permesso per la Messa pasquale, don Carlo rispose impuntandosi, perché "lei sarà il colonnello, ma io sono il cappellano.Questi alpini vogliono fare la Pasqua e io non posso negargliela". Così al mattino all'alba della domenica di Pasqua su un altare da campo, di fronte alle linee nemiche. Celebrammo l'Eucaristia e chi volle potè comunicarsi. Ricordo ancora la gioia dei soldati e di don Carlo che sentiva di aver compiuto il proprio dovere di sacerdote… E ricordo anche la celebrazione eucaristica che volle fare riunendo tutto il battaglione prima dell'attacco finale in Val Voiussa.Si prevedeva una battaglia cruenta ed egli schiettamente ci disse che dovevamo avere il coraggio di fare tutti il nostro dovere perché il Signore ci avrebbe aiutati, anche se qualcuno non sarebbe tornato…".


La Campagna di Russia:

Terminata la campagna nei Balcani, dopo un breve intervallo a Milano, nel ‘42 don Carlo riparte per il fronte, questa volta in Russia, con gli alpini della Tridentina. Nelgennaio del ‘43 inizia la drammatica ritirata del contingente italiano: don Carlo, caduto stremato ai margini della pista dove passava la fiumana dei soldati, viene miracolosamente raccolto su una slitta e salvato. È proprio in questa tragica esperienza che, assistendo gli alpini feriti e morenti e raccogliendone le ultime volontà, matura in lui l'idea di realizzare una grande opera di carità che troverà compimento, dopo la guerra, nella Fondazione Pro Juventute.Ritornato in Italia nel 1943, don Carlo inizia il suo pietoso pellegrinaggio, attraverso le vallate alpine, alla ricerca dei familiari dei caduti per dare loro un conforto morale e materiale.In questo stesso periodo aiuta molti partigiani e politici a fuggire in Svizzera, rischiando in prima persona la vita: lui stesso viene arrestato dalle SS con la grave accusa di spionaggio e di attività contro il regime.

  • .......... fronte russo, 18 gennaio: la divisione Tridentina riceve l'ordine di ritirarsi. Per undici volte i russi tenteranno di chiudere il passo ai soldati italiani che ripiegano: per undici volte gli italiano andranno all'assalto e spezzeranno quel cerchio di ferro e di fuoco.Sono ventimila uomini in marcia verso l'Italia, attraverso 400 chilometri di steppa gelata, con 70 centimetri di neve, a 40 gradi sotto zero. Una parola batte e ribatte nel cervello sino al limite di una lucida pazzia: camminare. Se vuoi tornare a casa cammina, se vuoi rivedere i tuoi cammina, se non vuoi cadere prigioniero cammina, se non vuoi morire cammina..."In quei giorni fatali - scrisse poi in "Cristo con gli alpini" - posso dire di aver visto finalmente l'uomo. L'uomo nudo; completamente spogliato, per la violenza degli eventi troppo più grandi di lui, da ogni ritegno e convenzione, in totale balìa degli istinti più elementari emersi dalle profondità dell'essere.Ho visto contendersi il pezzo di pane o di carne a colpi di baionetta; ho visto battere con il calcio del fucile sulle mani adunche dei feriti e degli estenuati che si aggrappavano alle slitte, come il naufrago alla tavola di salvezza; ho visto quegli che era venuto in possesso di un pezzo di pane andare a divorarselo negli angoli più remoti, sogguardando come un cane, per timore di doverlo dividere con altri; ho visto ufficiali portare a salvamento, sulla slitta, le cassette personali o persino il cane da caccia o la donna russa, camuffati sotto abbondanti coperte, lasciando per terra abbandonati i feriti e i congelati; ho visto un uomo sparare nella testa di un compagno, che non gli cedeva una spanna di terra, nell'isba, per sdraiarsi freddamente al suo posto a dormire...Eppure, in tanta desertica nudità umana, ho raccolto anche qualche raro fiore di bontà, di gentilezza, d'amore - soprattutto dagli umili - ed è il loro ricordo dolce e miracoloso che ha il potere di rendere meno ribelle e paurosa la memoria di quella vicenda disumana".Partirono 68 mila alpini, solo 12 mila tornarono a casa. Nei giorni della tradotta, su un treno affollato di feriti, di congelati, di sfiduciati, uno voce lo chiamò. Era un moribondo: "Il mio bambino… Lo raccomando a lei, signor cappellano". "Stai tranquillo, ci penserò io". E fu come un giuramento. Don Carlo ebbe in quel momento la percezione netta che era chiamato a scoprire Cristo in ogni uomo percosso dalla sofferenza. La sua promessa all'alpino morente fu come un voto religioso che lo portò ad avere cura non solo degli orfani, ma di tutti i bambini martiri della guerra.Tornato quasi miracolosamente a casa, guidato dal suo taccuino zeppo di indirizzi, prese a distribuire il prezioso carico portato con sé dalla Russia: vecchie catenine, anelli, qualche lettera… Consegnava quei poveri ricordi e chiedeva: "Posso fare qualche cosa per voi?". Negli occhi e nella mente le parole del soldato morente: "Il mio bambino... Lo raccomando a voi...".


Gli orfani e i mutilatini:

A partire dal 1945 comincia a prendere forma concreta quel progetto di aiuto ai sofferenti appena abbozzato negli anni della guerra: viene nominato direttore dell'IstitutoGrandi Invalidi di Arosio e accoglie i primi orfani di guerra e i bambini mutilati. Inizia così l'opera che lo porterà a guadagnare sul campo il titolo più meritorio di "padre dei mutilatini".Ben presto la struttura di Arosio si rivelerà insufficiente ad accogliere i piccoli ospiti le cui richieste di ammissione arrivano da tutta Italia; ma, quando la necessità si fa impellente, ecco intervenire la Provvidenza. Nel 1947, gli viene concessa in affitto, a una cifra simbolica, una grande casa a Cassano Magnago, nel varesotto.

  • .......... quel sabato, 8 dicembre 1945, ad Arosio, nella casa per i Grandi Invalidi di guerra, don Carlo Gnocchi aveva appena terminato di celebrare la Messa, quando il portinaio gli venne a dire che avevano portato un bambino. Si chiamava Bruno Castoldi. Suo padre era morto in Russia.A mezzogiorno ne arrivarono altri sei. Prima di sera ne aveva ventotto. Se Bruno fu il primo degli orfani di alpini che don Gnocchi accolse, Paolo Balducci fu il primo dei mutilatini. All'imbrunire, una giovane donna dal volto consumato consegnò a don Carlo il suo bambino, un piccolo di otto anni, tutto spaventato, che si reggeva malamente sulle stampelle. "Fu lo scoppio di una bomba, padre - spiegò la donna piangendo -. Se ne è andata la gamba. Ho speso tutto tra medici, operazioni, specialisti. Ora non ho più niente. È due giorni che non mangiamo. Non ce la faccio più. Me lo prende lei, padre, il bambino: che almeno possa vivere… Io posso gettarmi sotto un treno". La donna baciò il piccolo e scappò via gridando: "Vai con lui, Paolo, vai con lui…". Il bimbo, deposto dalla madre per terra, urlava, spaventato. Nessuno riuscì a fermare la donna.Don Carlo prese fra le braccia il piccolo Paolo che si dimenava chiamando: "Mamma!". Per due giorni il bambino delirò, tra febbri altissime. Don Carlo non si separò mai da lui. Gli parlava sommessamente, vegliava il suo sonno, lo aiutava a mangiare qualcosa. Nei momenti di lucidità, Paolo picchiava e graffiava disperatamente don Carlo, invocando la presenza della madre, che nessuno riuscì mai a rintracciare. Poi, un giorno, Paolo gettò le braccia al collo di don Gnocchi, e tutti e due piansero sommessamente…".


La Pro Infanzia Mutilata:

Nel 1949 l'Opera di don Gnocchi ottiene un primo riconoscimento ufficiale: la "Federazione Pro InfanziaMutilata", da lui fondata l'anno prima per meglio coordinare gli interventi assistenziali nei confronti delle piccole vittime della guerra, viene riconosciuta ufficialmente con Decreto del Presidente della Repubblica.Nello stesso anno, il Capo del Governo, Alcide De Gasperi, promuove don Carlo consulente della Presidenza del Consiglio per il problema dei mutilatini di guerra. Da questo momento uno dopo l'altro, aprono nuovi collegi: Parma (1949), Pessano (1949), Torino (1950), Inverigo (1950), Roma (1950), Salerno (1950), Pozzolatico (1951).

  • .......... il 12 ottobre 1948 nasce ufficialmente l'opera che don Carlo aveva in cuore e in testa fin dal ritorno dalla Russia. Opera che viene riconosciuta giuridicamente il 26 marzo seguente, con il nome di Federazione Pro Infanzia Mutilata.Don Carlo guarda con speranza a quella porzione dell'umana società che rappresenta l'avvenire e proprio perché consapevole della sua difficoltà presente la considera la porzione degna dei più attenti riguardi. Promuovere la crescita umana di questi "emarginati" è un grande progetto ed egli vi lavora indefessamente, perché quei ragazzi diventino persone complete ed autonome.Le difficoltà sono molte, ma don Carlo non si arrende e chiede a chiunque collaborazione e impegno. La realizzazione delle sue idee è possibile grazie all'aiuto dei religiosi, delle suore di diverse Congregazioni: si tratta dei pezzi di un grande mosaico che si muovono silenziosamente intorno a lui e che provvedono a mandare avanti le Case. La stessa solidarietà gli giunge dai laici, che egli invita e sensibilizza come cristiani a servire il prossimo sfortunato, dandogli tutto l'amore possibile, collaborando con dedizione, contribuendo per il buon funzionamento della struttura organizzativa, con animo generoso, schietto, retto e costante.Ecco l'elenco dei primi collaboratori, quelli più stretti: "All'origine nasce un Comitato fondatore, composto da fratel Gioviniano dei Fratelli delle Scuole Cristiane, tesoriere del Collegio Gonzaga; dall'avvocato Tommaro; dal commendator Hollian, un industriale ebreo-polacco che aveva interessi economici in Argentina; dal dottor Bodini, che lavora per Hollian e il commendator Ugo Previstali, genitore di un alunno del Gonzaga. Bodini, ex prefetto di Trieste, gerarca fascista che aveva fatto la guerra in Etiopia ed era stato nascosto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, è l'amministratore del Gonzaga.Tecnico accorto, darà un prezioso aiuto all'opera in quanto dovrà cercare finanziamenti per la nascente struttura affidata alla presidenza di fratel Giustiniano. E quando questi si ammala di tubercolosi, alla sua morte gli succede nella carica lo stesso don Gnocchi, che accorpando i diversi istituti per mutilati crea la Pro Infanzia Mutilata. Un solido sostegno economico giunge a don Gnocchi dalle famiglie Pirelli, Falck, Uccelli, Guenzani, Puricelli-Guerra, Meda, Bertolini, Borletti, Cicogna e Bassetti".Sembra quasi la trama di un film un po' thriller: l'ebreo-polacco ricco e cosmopolita, l'ex gerarca fascista ravveduto, i fratelli delle scuole cattoliche, gli industriali e i nobili... E invece è quello che don Gnocchi si trova intorno, sono le persone che ha vicino. Con loro comincia, come con un gruppo di amici.


La Fondazione Pro Juventute:

Nel 1951 la Federazione Pro Infanzia Mutilata viene sciolta e tutti i beni e le attività vengono attribuiti al nuovo soggetto giuridico creato da don Gnocchi: la Fondazione Pro Juventute,riconosciuta con Decreto del Presidente della Repubblica l'11 febbraio 1952.Nel 1955 don Carlo lancia la sua ultima grande sfida: si tratta di costruire un moderno Centro che costituisca la sintesi della sua metodologia riabilitativa. Nel settembre dello stesso anno, alla presenza del Capo dello Stato, Giovanni Gronchi, viene posata la prima pietra della nuova struttura, nei pressi dello stadio di San Siro, a Milano.

  • .......... nel 1952 la Pro Infanzia Mutilata cambiò volto per poter ampliare i propri orizzonti operativi. A don Carlo i mutilatini non bastavano più: scopre altre e nuove emergenze, come quella dei poliomielitici che aveva toccato anche il cuore del cardinale Montini e trovato ascolto nella stessa Chiesa.Per fare qualcosa anche per loro decide di modificare lo statuto dell'opera: dall'11 febbraio '52 i Collegi si chiamano Centri medico-sociali e la nuova denominazione complessiva è quella di Pro Juventute, riconosciuta dal ministero degli Interni (non esisteva in quegli anni il ministero della Sanità) Ente morale non ospedaliero.L'ultimo seme gettato da don Carlo è il Centro-pilota di Milano: l'11 settembre 1955 viene posta la prima pietra alla presenza del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Il Centro sorgerà su un'area di 18 mila metri quadrati in via Capecelatro, una strada della zona San Siro parallela a quella che oggi si chiama via don Gnocchi, e sarà finalizzato a ospitare 300 bambini poliomielitici.Con questo nuovo Centro don Carlo vuole dimostrare a tutti che è possibile rendere concretamente operativo il progetto di recupero dei giovani disabili non solo dal punto di vista fisico, ma anche culturale, morale e spirituale. È ormai chiaro che don Gnocchi aveva in mente un progetto complessivo, globale, di recupero della persona umana, per la quale parlava non a caso di "restaurazione".Un progetto che non aveva eguali nell'Italia di quegli anni, nemmeno tra le iniziative cattoliche dirette all'assistenza dei disabili e dei malati, o all'accoglienza degli orfani. Iniziative certamente di carità, ma che inevitabilmente erano meno attente all'aspetto umano e spirituale degli assistiti. E sicuramente non consideravano la fondamentale importanza del rigore scientifico nel loro lavoro: scientificità che don Gnocchi aveva invece benissimo presente e sulla quale puntava. (ascolta la voce di don Carlo)


L’addio a un "Santo":

Don Carlo, minato da una malattia incurabile, non riuscirà a vedere completata l'opera nella quale aveva investito le maggiori energie: il 28 febbraio 1956, la morte lo raggiungerà prematuramente presso la Columbus, una clinica di Milano dove era da tempo ricoverato per una grave forma di tumore.I funerali furono grandiosi per partecipazione e commozione: quattro alpini a sorreggere la bara, altri a portare sulle spalle i piccoli mutilatini in lacrime.Poi la commozione degli amici e conoscenti, centomila persone a gremire il Duomo e la piazza e l’intera città di Milano listata a lutto. Così il 1° marzo ’56 l’arcivescovo Montini – poi Papa Paolo VI – celebrava i funerali di don Carlo.Tutti i testimoni ricordano che correva per la cattedrale una specie di parola d’ordine: “Era un santo, è morto un santo”. Durante il rito, fu portato al microfono un bambino.Disse: “Prima ti dicevo: ciao don Carlo. Adesso ti dico: ciao, san Carlo”. Ci fu un’ovazione

  • .......... Don Carlo Gnocchi si spense nel tardo pomeriggio del 28 febbraio del 1956 in una stanza della Clinica Columbus di Milano, dove era stato ricoverato per una grave forma di tumore. Solo il giorno prima aveva recitato il Rosario con due mutilatine, Antonina Tea e Marisa Ghezzi, e aveva dato loro la sua benedizione."Era sotto la tenda a ossigeno - ricorda don Giovanni Barbareschi, amico fedele ed esecutore testamentario -. Parlava solo ogni tanto e solo a me. La mattina alle sei chiese il piccolo crocifisso che la mamma gli aveva regalato per la Prima Messa e volle che fosse appeso sulla tenda per vederlo sempre. Lo appendemmo con del nastro adesivo.Don Carlo lo guardava e gli parlava con gli occhi. L'ultima parola che disse fu: "Grazie di tutto…". Verso sera si aggravò. Improvvisamente si appoggiò con i pugni al materasso; prese, strappando l'adesivo, il crocifisso, lo appoggio alle labbra, lo baciò e così morì".Fa effetto sentire quella parola, "pugni", attribuita a un gesto di don Carlo che in tutta la sua vita usò le mani solo per dare carezze e costruire la sua opera. Ma aveva bisogno di forza per alzarsi dal letto quel tanto che gli bastava per raggiungere il crocifisso. Poi le sue mani si trasformarono nuovamente nella dolce coppa d'amore in cui aveva accolto il suoi bambini. Ora in quella coppa c'era Gesù steso sulla croce: la stessa cosa.I funerali furono grandiosi per partecipazione e commozione. Quattro alpini a sorreggere la bara, altri a portare sulle spalle i piccoli mutilatini in lacrime. Poi la commozione degli amici e conoscenti, centomila persone a gremire il Duomo e la piazza e l'intera città di Milano a tributargli onore ed affetto, saracinesche abbassate e chiese listate a lutto.Così il 1° marzo l'arcivescovo Montini - poi Papa Paolo VI - celebrò i funerali di don Carlo Tutti i testimoni ricordano che correva per la cattedrale una specie di parola d'ordine: "Era un santo, è morto un santo". "Durante il rito - ricorda ancora don Barbareschi - Montini mi disse: "Io non parlo, fai parlare un bambino". Fu preso un bambino e portato al microfono. Disse: "Prima ti dicevo: ciao don Carlo. Adesso ti dico: ciao, san Carlo". Ci fu un'ovazione".


L’ultimo dono:

L'ultimo suo gesto profetico è la donazione delle cornee a due ragazzi non vedenti - Silvio Colagrande e Amabile Battistello - quando in Italia il trapianto di organinon era ancora disciplinato da apposite leggi. Il doppio intervento, eseguito dal prof. Cesare Galeazzi, riuscì perfettamente. La generosità di don Carlo anche in punto di morte e l'enorme impatto che il trapianto ebbe sull'opinione pubblica impressero un'accelerazione decisiva al dibattito. Tant'è che nel giro di poche settimane venne varata una legge ad hoc.

  • .......... ricorda don Giovanni Barbareschi, amico fedele ed esecutore testamentario di don Gnocchi, che tre o quattro giorni prima di morire don Carlo gli chiese: "Sei pronto a rischiare la prigione per me? Io voglio dare la cornea. Se ti senti, vai a cercare un oculista, che si tenga a disposizione. Se ti va male, sappi che andrai in galera per me".L'ultimo botto dell'amorevole fantasia di don Gnocchi spiazzò un po' tutti. Ma lui si era preparato con cura anche a questo passo. Il magistero della Chiesa non aveva ancora espresso un parere definitivo sulla questione della donazione degli organi e il nostro Paese ancora non si era dato una legge in materia. Ci pensò don Gnocchi a spingere l'una e l'altro. Lo aveva detto già un anno prima: "Se dovessi morire, voglio che cerchiate di dare i miei occhi a due dei miei ragazzi. Mi restano solo gli occhi: anche questi sono per i miei mutilatini".Nei mesi precedenti l'evoluzione finale della malattia aveva incontrato nel Centro di Inverigo un ragazzo cieco, Silvio Colagrande. Aveva 12 anni ed era rimasto vittima di un incidente: uno schizzo di calce l'aveva colpito a un occhio, procurandogli una lesione grave. Don Carlo lo aveva subito notato e aveva avviato le pratiche per trasferirlo e farlo operare in Svizzera, visto che in Italia i trapianti di cornea non erano ancora possibili. Ma sopraggiunse il tumore.. All'improvviso bloccò tutto: ci avrebbe pensato lui."Quasi sgomento - si legge nel diario del professor Cesare Galeazzi, l'oculista che sfidando la legge eseguì i trapianti - pensavo alla prova che mi aspettava. Come un principiante andavo ripetendomi i tempi dell'intervento… Poi a tratti mi rasserenavo e mi dicevo: don Carlo mi aiuterà. La notizia era ormai su tutti i giornali. Il mio aiuto Celotti, recatosi alla Columbus, compì il triste compito di asportare i bulbi oculari di don Carlo. All'uscita dalla clinica la sua auto fu per un tratto seguita da quella della polizia. Che poi fece volutamente finta di perderla...".Poco dopo la morte di don Carlo, il Parlamento approvò la prima legge in materia. Anche la riflessione etica e teologica - che ancora non aveva articolato una piattaforma di indicazioni sulla materia - subì un'accelerazione decisiva. Lo dimostra il discorso pronunciato da Pio XII ai clinici oculisti e ai medici legali già il 14 maggio 1956. In quell'intervento il Pontefice si misurava con una questione (gli xenotrapianti, quelli in cui l'organo viene prelevato da un animale per essere poi trasferito all'uomo) di sconcertante attualità.Ebbene, l'argomentazione elaborata da Pio XII costituisce l'ossatura della posizione che ancora oggi la Chiesa adotta in materia: da una parte si esige che l'organo trapiantato non incida sull'integrità dell'identità psicologica o genetica della persona che lo riceve, dall'altra che esista la provata possibilità biologica di effettuare con successo il trapianto, senza esporre a rischi eccessivi il paziente.Con Silvio Colagrande fu operata anche Amabile Battistello. Gli interventi ebbero successo: Amabile e Silvio sono cresciuti e da quasi cinquant'anni vedono grazie a don Carlo, il santo che credette nella grande forza nascosta del dolore innocente, che può divenire forza redentrice.


La causa di beatificazione:

Don Carlo Gnocchi diventerà ufficialmente beato il 25 ottobre 2009 nel corso di una solenne cerimonia che si terrà in piazza Duomo a Milano, a seguito dell’annuncio con cui il Papa Benedetto XVI ha autorizzato nel gennaio 2009 la pubblicazione del decreto che attribuisce all’intercessione di don Gnocchi il miracolo che ha visto protagonista, il 17 agosto 1979, un alpino elettricista di Villa d’Adda (Bg) incredibilmente sopravvissuto a una mortale scarica elettrica. La cerimonia di beatificazione porterà a compimento il processo di canonizzazione avviato nell’86 dal cardinale Carlo Maria Martini e svoltosi in oltre vent’anni grazie all’impegno della diocesi di Milano, della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi e della Fondazione Don Gnocchi, che ha portato tra l’altro al riconoscimento dell’eroicità delle virtù di don Gnocchi, quando, il 20 dicembre 2002, Papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato venerabile.

  • .......... a trent'anni dalla morte di don Carlo Gnocchi (28 febbraio 1956), il Cardinale Carlo Maria Martini ha avviato la causa di canonizzazione e Fratel Leone Luigi Morelli è stato nominato Postulatore della stessa causa di canonizzazione.La causa dispone di un unico “Processo sulla vita, virtù e fama di santità”, celebrato nella Diocesi di Milano dal 6 maggio 1987 al 23 febbraio 1991, nell'arco di 199 sessioni per la deposizione di 178 testi e la raccolta di una copiosa documentazione.Tale materiale istruttorio, distribuito nei quindici volumi della copia pubblica (per un totale di 4.321 pagine) è stato poi presentato alla Congregazione per le Cause dei Santi, allo scopo di verificare la validità procedurale del Processo.Con il decreto sulla validità, rilasciato il 26 ottobre 1993 dalla Congregazione, ha preso avvio lo studio per la preparazione della “Positio”.La “Positio” è il volume che raccoglie tutte le testimonianze e tutti i documenti contenuti nella copia pubblica e si divide in due parti: il “Summarium”, che riporta tutti gli interrogatori e le testimonianze, e la “Informatio”, che mette in risalto come il candidato alla santità abbia osservato in grado eroico le virtù teologali, cardinali e le altre virtù, sia verso Dio che verso il prossimo.Un relatore assegnato dalla Congregazione ha poi il compito di preparare una presentazione a tutto il volume che viene poi esaminato dalla Commissione dei Teologi per un ulteriore giudizio. Una volta acquisito il positivo giudizio della Commissione dei Teologi, deve essere giudicato e approvato da una Commissione di Cardinali: solo dopo questi pareri, la Congregazione per le Cause dei Santi prepara il decreto sull'eroicità delle virtù che viene letto dinnanzi al Papa. Con la lettura di tale decreto, al Servo di Dio viene dato il titolo di venerabile.Il 20 dicembre 2002 il Papa ha dichiarato don Gnocchi venerabile, riconoscendone l’eroicità delle virtù.Nel 2003, alla morte di Fratel Morelli, nuovo postulatore della causa è stato nominato Fratel Rodolfo Cosimo Meoli.Per la beatificazione, la Chiesa richiede una Grazia che, attraverso un processo, deve essere riconosciuta miracolosa. Tra i mesi di ottobre e dicembre del 2004, a Milano si è svolta la sessione straordinaria del processo di beatificazione di don Gnocchi per l’analisi di un presunto evento miracoloso.Tutto il carteggio è stato analizzato dalla Congregazione per le Cause dei Santi, in Vaticano e agli inizi del 2009 ha portato alla notizia tanto attesa: Papa Benedetto XVI ha infatti autorizzato il 17 gennaio 2009 la pubblicazione del decreto che attribuisce all’intercessione di don Gnocchi il miracolo che ha visto protagonista, il 17 agosto 1979, un alpino elettricista di Villa d’Adda (Bg) incredibilmente sopravvissuto a una mortale scarica elettrica. Per effetto di questo annuncio, don Carlo Gnocchi diventerà ufficialmente beato il 25 ottobre 2009 nel corso di una solenne cerimonia che si terrà in piazza Duomo a Milano.Un altro miracolo viene invece chiesto per la Canonizzazione.Chi ricevesse favori per l'intercessione del Servo di Dio don Carlo Gnocchi è pregato di darne urgente comunicazione alla Fondazione Don Carlo Gnocchi.


La "Petitio" dei Vescovi lombardi:

I Vescovi lombardi e l'Arcivescovo di Salerno hanno rivolto una richiesta al Papa, nella primavera del '98, per accelerare il processo di beatificazione di don Carlo Gnocchi. Ecco uno stralcio della supplica firmata dai Vescovi della Conferenza Episcopale Lombarda e da monsignor Pierro.


  • Beatissimo Padre, noi, Vescovi della Regione Ecclesiale di Lombardia, ci rivolgiamo a Lei, dopo aver appreso che il Rev.mo Padre Ambrogio Eszer, O.P., Relatore Generale presso la Congregazione delle Cause dei Santi, lo scorso 9 novembre 1997 ha approvato la "Positio super vita et virtutibus et fama sanctitatis" del Servo di Dio don Carlo Gnocchi, sacerdote della diocesi ambrosiana e fondatore della Federazione Pro Infanzia Mutilata, divenuta ora la Fondazione Pro Juventute, istituto che si dedica alla riabilitazione e alla integrazione sociale dei portatori di diverse forme di handicap, dei piccoli soprattutto, sulla scia del suo fondatore, persuaso che "sanare il dolore non è soltanto un'opera di filantropia, ma è un'opera che appartiene strettamente alla redenzione di Cristo".(…) Don Carlo Gnocchi può essere di esempio e di stimolo, alla nostra e alle prossime generazioni, del primato della carità, del dono di sé, senza risparmio di energie e neppure della propria vita, neppure del proprio corpo, perché l'amore di Cristo tutto lo pervadeva. (…) Un prete che, nel mezzo delle macerie fisiche e spirituali lasciate dalla seconda guerra mondiale, non temeva di proclamare che "ogni restaurazione della persona umana, che non voglia essere parziale, effimera o dannosa, come quelle finora attuate dalla civiltà, non può essere che la restaurazione della persona di Cristo in ogni uomo".Un prete che, raccogliendo il lamento morente dei giovani soldati, che aveva voluto accompagnare nel fango delle trincee e nel gelo delle steppe della Russia, contemplava: "I suoi occhi erano colmi di dolore e di pietà, come di bimbo che si addormenta a poco a poco. Non altrimenti dovette guardare Gesù dall'alto della sua croce".Un prete che, di fronte a questo muto dolore, che avrebbe rivisto poi negli occhi di tanti fanciulli innocenti, dilaniati da un residuato bellico, rifletteva quanto fosse urgente "riscoprire i segni caratteristici del Cristo sotto la maschera essenziale e profonda di ogni uomo percosso e denudato dal dolore". (…)Per tutti questi motivi, sinteticamente qui esposti, vorremo pregarLa, Beatissimo Padre, di intercedere perché la Positio, finalmente presentata, sia sollecitamente proposta al votum dei Reverendissimi Consultori Teologi e degli Eminentissimi Cardinali, così da affrettare - per quanto sarà possibile - il momento in cui le nostre comunità potranno venerare il Servo di Dio don Carlo Gnocchi, sacerdote ambrosiano, quale Beato della Chiesa e affidare alla sua intercessione le loro preghiere e i loro desideri.



Preghiera per la canonizzazione di don Gnocchi:

Signore Iddio,
che sei glorificato nei Tuoi Santi,
concedi che possa risplendere nella Tua Chiesa
la luce eroica delle virtù del Tuo Servo don Carlo Gnocchi,
il quale, sulle orme di Cristo Maestro e Sacerdote,
Ti ha amato e servito nei "piccoli",
nel servizio educativo e pastorale,
nella dedizione al "dolore innocente"
degli orfani, dei mutilatini, dei vulnerati
nel corpo e nello spirito.
Per i suoi meriti e per la Sua intercessione
concedi la grazia (…)
che con fiducia Ti chiediamo.
Per Cristo nostro signore.

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